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Valmozzola Stazione PR Commemorato l’Eccidio del 17-03-1944 Sabato 21-03-2015 – Taronews

Valmozzola Stazione PR Commemorato l’Eccidio del 17-03-1944 Sabato 21-03-2015

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Valmozzola Stazione PR
Commemorato l’Eccidio del 17-03-1944
Sabato 21-03-2015






DISCORSO DI VALMOZZOLA – 21 marzo 2015 Attilio Ubaldi Istituto Storico della Resistenza Parma
Sono trascorsi 70 anni dalla conclusione della guerra di Liberazione nazionale e 71 dai tragici eventi che accaddero proprio qui, a Valmozzola e che ancora oggi vogliamo rievocare, onorando così tutti coloro che hanno sacrificato la vita per la libertà e la democrazia e per la dignità della nostra nazione.
Iniziai a partecipare alle celebrazioni di Valmozzola 15 anni fa; erano allora presenti tanti dei patrioti che si resero artifici di quel glorioso periodo della Resistenza iniziale che, proprio in questo territorio, prese l’avvio tra l’inverno del ’43 e la primavera del ’44. Ne ricordo ancora nitidamente i volti; c’era Edoardo Frazzoni, della Tosca di Varsi, tra i primi entrati a far parte della banda di Mario Betti e che, con lui, partecipò il 12 Marzo ’44 all’assalto del treno nella stazione di Valmozzola, nel corso del quale cadde il comandante stesso.
C’era Domenico Zazzera “Garibaldi” di Gravago anche egli tra i primi ad agire nelle formazioni ribelli dei primordi, nella zona di Bardi.
Ricordo pure Paolino Ranieri “Andrea” di Sarzana che con un gruppo di giovani spezzini salì nella zona di Valmozzola nel Febbraio del ’44, unendosi così alla banda di Mario Betti e che diventerà poi una delle figure più prestigiose della Resistenza tra il parmense e lo spezzino.
Era una fredda e limpida domenica mattina di fine inverno, quell’12 marzo del’44, quando uno dei primi eclatanti attacchi militari partigiani venne condotto contro un convoglio ferroviario, proprio in questo paese.
Il cruento fatto di guerra suscitò notevole clamore nella Repubblica Sociale per la spietatezza e per gli obiettivi dirompenti raggiunti dai ribelli. In quel treno, l’accelerato n. 2340 proveniente da La Spezia e destinato a Parma, erano presenti varie componenti delle forze armate del Duce: uomini della Flottiglia x Mas, carabinieri, militi della G.N.R..
Un rapporto della Questura di Parma del 25 marzo 1944, indirizzato al Ministero dell’Interno recitava così: verso le ore 9,20 del 12 marzo, alla stazione di Valmozzola, circa una sessantina di ribelli, al passaggio del treno 2340, immobilizzavano con minacce il capo stazione e, saliti sul convoglio, con violenza liberavano tre ribelli arrestati che dai carabinieri venivano tradotti a Parma. L’attacco dei partigiani provocò la morte di due sottotenenti della XMas, di un vice caposquadra della G.N.R. e di un sergente maggiore della contraerea. Nello scontro a fuoco, cadde anche Mario Betti, il comandante del gruppo partigiano.
Proprio in questo paese, cinque giorni dopo, il 17 marzo, ebbe compimento la rappresaglia dei reparti della RSI; la X Flottiglia Mas condusse qui sette giovani partigiani e due soldati sovietici che erano stati arrestati qualche giorno prima in Lunigiana, sul Monte Barca, nei pressi di Bagnone. Solo uno di loro, il più giovane, Mario Galeazzi fu graziato dagli uomini dii Valerio Borghese.
Gli altri, con il loro valoroso comandante Ubaldo Cheirasco, furono fucilati proprio qui, dove ora ci troviamo. Fu questa la prima rappresagli condotta nel parmense dai fascisti, contro il movimento resistenziale.wholesale nfl jerseys from china E’ struggente il ricordo di Mario Galeazzi, il giovane patriota risparmiato dall’esecuzione: “ci fecero schierare con la schiena rivolta al picchetto d’esecuzione ed il cappellano mi somministrò l’olio santo. Non volevamo essere considerati traditori e chiedemmo di essere fucilati al petto, e ci venne concesso: Tutto era già pronto e, come convenuto, i miei compagni, ad una voce, dichiararono che io ero stato coercito e che dovevo essere salvato. L’ufficiale del picchetto di esecuzione Ten. Dettori riferì al Col. Cerina, il quale mi diede ordine di uscire dalla fila e mi comunicò che per me la sentenza di morte era sospesa. In quel momento tragico, sereno come sempre, il Cheirasco si tolse la sciarpa di lana a quadro di color rosso e nero che aveva al collo e, rivolto verso il picchetto di esecuzione gridò ”questa al tiratore che mira diritto” e porse il petto ai mitragliatori fratricidi.
Un grido di “Viva l’Italia” e quindi la scarica ordinata dall’ufficiale. Erano le ore sette, ed il sole pallido nascente aveva bruciato per l’ultima volta il volto di questi martiri , che per la libertà della loro patria, avevano saputo affrontare, come i martiri di Belfiore, serenamente la morte.”
Più di settant’anni sono trascorsi da quei tragici eventi ed oggi ci ritroviamo qui ancora, a commemorare ed onorare il sacrificio dei nostri patrioti. 70 anni è un arco temporale lunghissimo; sarebbe come dire che il 10 giugno 1940, anziché assistere alla grottesca esibizione di forza del Regime fascista a piazza Venezia, quando un popolo asservito inneggiò al tiranno che dichiarava guerra a Francia ed Inghilterra, si fossero invece celebrate le imprese risorgimentali, concluse proprio 70 anni prima con la Breccia di Porta Pia.
Se il nostro Paese avesse potuto vivere, nei 18 anni precedenti, in un sistema di libertà e democrazia, anziché nel sopruso di una dittatura che aveva calpestato i valori più profondi di redenzione della Patria, diffuse dal Risorgimento Nazionale, i destini nostri avrebbero potuto essere ben diversi da quelli tragici dei 5 anni di guerra.
E’ giusto domandarsi per quale ragione una comunità civile senta così fortemente l’esigenza di ritrovarsi per la celebrazione di eventi tragici ed insieme esaltanti di tanti anni fa.
Ritengo che ciò sia da attribuire innanzitutto all’intima convinzione di tutti noi qui presenti che il patrimonio ideale, ossia le motivazioni fondamentali dalle quali ha tratto origine il movimento di liberazione resistenziale e che hanno sorretto la difficile opera di ricostruzione materiale e morale dell’Italia nell’immediato dopoguerra, costituiscano ancora oggi l’autentica essenza della nostra comunità nazionale.
La percezione della condivisione di una storia comune, così evidente in celebrazioni come quella di oggi, il legame con un patrimonio ideale che ha trovato nella Resistenza linfa per generare uno stato di libertà, si raccorda concretamente con i valori della giustizia, dell’equità e dell’integrazione sociale ed economica. Tutto ciò contribuisce al rafforzamento di quello spirito di coesione sociale che costituisce presupposto fondamentale per vivere in un paese civile.
Credo in particolare che, tra le parole più belle scritte a proposito del legame ancora forte tra la nostra comunità civile ed il patrimonio morale della Resistenza, vi siano quelle di Arrigo Levi, uno dei più grandi giornalisti italiani. In occasione del 150° anniversario dell’Unità Nazionale, Levi diceva, ricordando l’amico e collega Carlo Casalegno, vicedirettore della Stampa, trucidato dalle BR nel 1977: “…ho ripensato molto a Carlo Casalegno in questi giorni ed ho di nuovo pensato che per lui, come per me, l’Italia, la nostra Italia, si identificava con quella che definiva “il nostro Stato” per cui ha dato coscientemente vita; ossia con la Repubblica”
Sosteneva Levi che la storia fondamentale del nostro paese era segnata dal percorso che, attraverso l’antifascismo e la Resistenza, arrivava all’Italia Repubblicana. Ecco ancora che, con le parole di Arrigo Levi, possiamo affermare che nelle ricorrenze delle vicende resistenziali, noi tutti celebriamo il nostro Stato ancora repubblicano, antifascista, democratico.
Si tratta di “un’Italia seria e che lavora, non importa se governata bene o male, che si identifica con i principi e i poteri creati dalla sua Costituzione, nata, non saprei dirlo altrimenti, dalla Resistenza, miracolosamente creata in tempi brevissimi da forze politiche diverse, unite dall’antifascismo”.
Richiamando anche le parole di un eroe della guerra partigiana, uno dei pochissimi ai quali venne conferita in vita la medaglia d’oro al valore militare, si individuano le ragioni fondamentali che diedero corpo al movimento di liberazione nazionale e che non sono da individuare, necessariamente nell’esigenza di rimuovere le strutture sociali del Paese, né per combattere una lotta di classe, né per vedere trionfare un determinato programma politico. Si è trattato innanzitutto di combattere per motivi di libertà e dignità umana, ma non per vedere realizzata alcune piuttosto che altre forme di organizzazione economica.
Non si trattava e non si tratta di rivendicare per coloro che hanno fatto la Resistenza, soprattutto per indignazione morale contro il nazismo ed il fascismo, un posto in mezzo agli altri che l’hanno fatta per motivazioni ideologiche diverse. La Resistenza, nella sua realtà storica, per la maggior parte di coloro che vi hanno preso parte, è stata proprio e soltanto questo: una rivolta morale contro il nazifascismo. Nell’appassionata e violenta indignazione morale contro il nemico esterno ed interno c’era un’esigenza di riscatto del paese, della sua civiltà e cultura, nei confronti delle altre nazioni europee e dell’America. C’era il bisogno istintivo di provare l’esistenza di un’Italia diversa, un’esigenza di moralità, di dignità politica che chiaramente non si poteva subordinare alla lotta di classe.
Nel rammentare, in celebrazioni come quella di oggi, lo spirito più autentico dei valori resistenziali, abbiamo anche il dovere di ricordare quanto scrisse Norberto Bobbio nel decennale dell’entrata in vigore della Carta Costituzionale: “il cammino della democrazia non è un cammino facile. Per questo bisogna essere continuamente vigilanti, non rassegnarsi al peggio ma neppure abbandonarsi ad una tranquilla fiducia nelle sorti fatalmente progressive dell’umanità. Oggi non crediamo, come credevano i liberali, i democratici, i socialisti al principio del secolo, che la democrazia sia un cammino fatale. Io appartengo alla generazione che ha appreso dalla Resistenza europea qual somma di sofferenza sia stata necessaria per restituire l’Europa alla vita civile. La differenza tra la mia generazione e quella dei nostri padri è che loro erano democratici ottimisti. Noi siamo, dobbiamo essere, democratici sempre in allarme.”
Credo che le parole di Bobbio, di 60 anni fa, mantengano la loro piena attualità; abbiamo il dovere di tenerle sempre ben presenti, e di trasmetterle alla gioventù, proprio per non cadere ancora negli errori e negli orrori del passato.
Abbiamo il dovere di fare tutto ciò per evitare che non si debba ripetere nelle nostre aule parlamentari ciò che avvenne il 30 maggio 1924, allorquando le libertà civili e politiche stavano per essere cancellate dal fascismo che si andava, via via, rafforzando. Quel giorno il deputato socialista Giacomo Matteotti tenne il suo ultimo discorso alla Camera, prima di essere ucciso dagli scherani del Duce, lanciando un grido d’allarme contro gli effetti deleteri della legge elettorale fascista che il mese precedente aveva consegnato il Parlamento alla maggioranza schiacciante del partito del Duce. Matteotti disse, scagliandosi contro i fascisti:
“Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperli correggere da sé medesimo: Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni”.
Ancora Norberto Bobbio sosteneva, forse con eccessivo pessimismo, che “l’Italia non è divenuto quel paese moralmente migliore che avevamo sognato: la nuova classe politica, salvo qualche rara eccezione, non assomiglia in nulla a quella che ci era parsa raffigurata in alcuni protagonisti della guerra di Liberazione, austeri, severi con se stessi, devoti al pubblico bene, fedeli ai propri ideali, intransigenti, umili e forti insieme:
Eppure, nonostante la risacca, la Resistenza resta come fatto storico positivo; i suoi ideali non sono spenti: Se proprio vogliamo trovare una caratterizzazione sintetica, comprensiva, del significato storico della Resistenza e del rapporto tra Resistenza e il tempo presente, non parliamo di Resistenza esaurita e neppure tradita o fallita, ma di Resistenza incompiuta.
Purchè si intenda la incompiutezza propria di un ideale che non si realizza mai interamente, ma nonostante continua ad alimentare speranze e a suscitare ansie ed energie di rinnovamento”.
Per dare un messaggio di speranze in questo senso, dobbiamo essere lieti del fatto che il nostro presidente della Repubblica, appena eletto, abbia voluto rendere omaggio, in un momento di raccoglimento privato di altissimo valore simbolico, ai martiri delle Fosse Ardeatine. Quel tributo all’eredità resistenziale incarnata nell’anima repubblicana, lo aveva già dato anni fa anche il presidente della Repubblica francese Sarkozy che, al momento del suo insediamento, volle recarsi al Boi de Bologne, per onorare la memoria dei giovani partigiani trucidati a Parigi dalla Gestapo. Sarkozy lesse, allora, quella lettera che il 17 enne resistente francese Guy Moquet volle inviare ai genitori prima dell’esecuzione e dispose che fosse letta in tutte le scuole della Repubblica francese. La leggiamo ora, in omaggio all’intera Resistenza europea poiché è da questa che ha tratto origine l’Unione Europea che, pur con tutti i suoi limiti e contraddizioni, dobbiamo difendere e rafforzare, per il bene di tutti noi e delle nuove generazioni:
“Cara mamma, mio piccolo adorato fratello, amato papà, vado a morire! Quel che vi chiedo, a te in particolare mamma, è di essere coraggiosi. Io lo sono e voglio esserlo al pari di quanti son passati prima di me. Certamente, avrei voluto vivere. Ma ciò che desidero dal profondo del cuore, è che la mia morte serva a qualche cosa. A te, papà caro, e anche a te mamma, se per caso ti ho dato delle pene, ti saluto per l’ultima volta. Sappi che ho fatto del mio meglio per seguire la strada che mi hai tracciato. Un ultimo addio a tutti i miei amici e a mio fratello che amo molto. Che egli studi bene per diventare, più avanti, un uomo. Diciassette anni e mezzo! La mia vita è stata breve! Non ho alcun rimpianto, se non quello di lasciare voi tutti. Vado a morire insieme a Tintin e Michels. Mamma, quel che ti chiedo e voglio che tu me lo prometta, è di essere coraggiosa e di vincere il tuo dolore. Io non posso fare di più. Vi lascio tutti, tutte, te mamma, Serge, papà, vi abbraccio con il mio cuore di ragazzo. Coraggio, il vostro Guy che vi ama. Ultimi pensieri: a voi che restate, siate degni di noi, i 27 che stanno per morire!”