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Nuoto in “acque libere”: ricordi e sensazioni di alcune giornate particolari – Taronews

Nuoto in “acque libere”: ricordi e sensazioni di alcune giornate particolari

Un resoconto approfondito di una delle più emozionanti ed estreme avventure sportive dell’anno, protagonisti Gabriele Oppo e Roberto Chilosi: un omaggio alle Cinque Terre, un sincero saluto natalizio ai cari cugini liguri…

Parlare di sport al giorno d’oggi? Se ne sono viste un po’ di tutti i colori. Il Nuoto…

Si sa che tutti, e dico proprio tutti noi, persone in carne ad ossa, prima di poggiare le nostre fragili membra su questa dura e travagliata Terra, hanno “soggiornato” gratis per qualche mese al calduccio nella pancia della propria madre. Sara forse un’idea strana o “rubata” a qualche pioniere del nuoto, ma da qualche tempo a questa parte, mi sono convinto che, lì, nell’accogliente ventre materno, un’idea primordiale di nuoto inizi a entrarci dentro. Il nuotare in “acque libere” significa rimpossessarsi di questo nostro stato inconscio e primitivo per addentrarsi a solcare il mare aperto, bracciata dopo bracciata. Perché infondo, tutto è cominciato dal mare.

E’ difficile provare a descrivere quell’oceano di sensazioni che si provano quando ci si cimenta in cose di questo tipo. Perché il nuoto in “acque libere” è qualcosa di estremamente particolare, e dal nuotare in piscina, o al fiume, o in un lago, o nel mare, cambiano le sensazioni e s’ingigantiscono sempre di più. Se dentro la piscina ti senti ancora qualcuno, quando sei in mare, non sei che il nulla, non sei più nessuno. C’è solo una cosa da fare, ed è provare a sentirsi parte integrante di quel mondo profondo e sommerso che esso rappresenta. È così che diventi un tutt’uno, ti fondi e confondi nel blu del mare, e credi di essere un pesce. Si, un pesce, e senti le branchie spuntarti dietro il collo, con la tua pelle tutta, che si ricopre di squame in ogni suo cm quadrato, e respira e vive in quella massa fluida ed emozionante che è il mare. Questa è la differenza dalla corsa, la bicicletta, o qualsiasi altro sport di fatica che si pratica coi piedi ben piantati per terra. Con l’acqua si diventa un tutt’uno, perdi ogni personalità. Ma quel mondo che tanto ti abbraccia è qualcosa che in fondo è e rimarrà sempre estraneo all’uomo. Si fa presto ad accorgersene. E quando, dopo ore, si tocca la terra, la dura roccia o la sabbia, solo allora ci si sente al sicuro. Nel mare si è soli con se stessi, soli con le proprie paure e desideri, soli con i propri dubbi. Si pensa a tutta una vita che scorre davanti, secondo dopo secondo, al ritmo costante delle bracciate.

Penso fosse importante riuscire a spiegare o se non altro provare a far capire cosa significa nuotare in acque libere. Per il resto non rimane che il resoconto di alcune giornate particolari all’insegna del raggiungimento di qualche piccolo traguardo.

Prima tappa obbligata è stata la traversata a nuoto di tutte le “Cinque Terre”.

Abbiamo provato a cimentarci in questa prima traversata in una giornata non proprio ottimale. Partenza ore 6.00. Il gruppo era così composto: Roberto ed io a nuoto, Giacomo e Micky Sartori a farci da supporto con le canoe. Il mare era mosso, con onde che gia in partenza andavano dal metro al metro e mezzo. E così, dopo i preparativi di rito, si entra in acqua. Ci si spinge subito lontano da riva per evitare l’onda di ritorno, causata dal mare che s’infrange, con tutta la sua forza, contro pareti di roccia a strapiombo. Non è stato un nuotare fluido, anzi, quel giorno non ho desiderato altro che uscire dall’acqua. Nausea e mal di Mare… La concentrazione è di fondamentale importanza in condizioni di questo tipo; non c’è tempo per la resa. Credo nel mio piccolo di aver imparato molto quel giorno. Mai sfidare il mare! Ci si sente davvero soli. I ragazzi in canoa ci seguono, ma il fatto di non averli costantemente vicino, rende il tutto più difficile da superare. Si. Soli, più soli che mai, responsabili e artefici di quello che sarà ( esageriamo un po’). Se non altro spunta il sole ed è un conforto, sebbene le condizioni del mare tendano a peggiorare, e come la mano s’insinua nell’acqua, in cerca di un “appiglio”, così il sole penetra con la sua luce e irradia le acque, che da buie e inospitali, sembrano un po’ più accoglienti. La sosta obbligata è a Vernazza, dopo circa un’ora e un quarto, e il sentire la terra sotto i piedi è qualcosa di estremamente piacevole e rassicurante. Mai i minuti in acqua erano stati così lunghi.

2a Tappa

Si riparte nuovamente alla volta delle “Cinque Terre”, stessa ora alla partenza, ma la squadra manca questa volta di Michele. Sarà quindi Giacomo a trascinarsi dietro tutti i “viveri” e il materiale nelle sacche stagne. Le condizioni sono questa volta ottimali e sinceramente non si può non desiderare di più. Il fondale del mare è una scoperta, bracciata dopo bracciata: si nuota come immersi in un’urna. Branchi d’acciughe e altri pesci sotto di noi, fra i relitti sommersi di milioni di anni di storia geologica. E’ così che anche la dura e inanimata roccia acquista vita e offre nascondiglio agli innumerevoli abitanti del mare, piegandosi sotto la forza inesorabile del tempo e l’erosione del moto ondoso. Si raggiunge il primo porto sicuro: Vernazza. Breve sosta e poi di nuovo in acqua, dove si scopre il tratto di mare più affascinante di tutto questo tratto di litorale, fino alla volta di Corniglia, che da secoli resiste arroccata sopra ad una ripida scogliera a strapiombo sul mare, come secoli sembrano le ore, i minuti, i secondi immersi nel blu. Seconda sosta fra Corniglia e Manarola. Robi e Giacomo sono laggiù, poco più avanti, e la sola vista mi dà sicurezza; le bracciate sono più energiche, più vere. Piccolo imprevisto: la puntura di una vespa, che attirata dalla vaselina, mi punge proprio sotto l’ascella. Quando si nuota per ore è buona cosa spalmarsi abbondantemente le ascelle con prodotti (per esempio vaselina o lanolina) che evitino la continua abrasione della pelle causata dal ripetuto sfregamento della bracciata. Se vi dovesse capitare di fare una lunga nuotata, ve lo consiglio vivamente. Giusto il tempo per scambiare due sensazioni e si riparte, questa volta con l’ultimo tratto, coscienti che le forze sono diminuite, ma altrettanto consapevoli che sarà l’ultima fatica della giornata. È Robi a guidare il gruppo, con Giacomo che fa la spola avanti e indietro. Questo tratto è il più trafficato, e la possibilità che qualche marinaio distratto non ci veda rende il tutto un po’ meno rassicurante. Ma ecco che spuntano le case di Riomaggiore in lontananza, ed è già qualcosa, anche se le distanze in mare sono ingannevoli, e qualcosa che sembra molto vicino alla portata dei nostri occhi, si dimostra lontano, a migliaia e migliaia di bracciate. Si, avete capito bene: migliaia. Provate a fare un rapido calcolo dei secondi, i minuti e le ore con una media di circa una bracciata ogni secondo e mezzo. Sono 40 bracciate al minuto e ben 2400 bracciate all’ora. E fintanto che i piedi non sentono la solida roccia su cui poggiarsi e trovare un po’ di stabilità, non si può dire conclusa la nostra battaglia nelle acque delle “Cinque Terre”. Alla fine in 3h e 30m/ 4h di nuoto effettivo portiamo a conclusione la prima nostra “impresa”. Si, perché per gente come noi di montagna, è davvero un’IMPRESA. E provate a chiedere a chi al mare c’è nato, se ha mai resistito tanto in mare aperto… Non ne troverete molti. Questa è una “grande conquista” per gente che ha sempre nuotato in un fiume o in una piscina.

3a tappa (Camogli – Portofino) – La conferma.

Decisamente la prova più dura. Partenza alle 6.00. Con noi sempre Giacomo, mentre ad attenderci a Camogli c’è Michele, (un amico genovese di Roberto). La morfologia della costa impone una sola sosta a metà strada in corrispondenza dell’insenatura di San Fruttuoso. Le sensazioni alla partenza sono sempre le stesse: ma chi diavolo me lo ha fatto fare?! Poi, una volta in acqua, ogni pensiero negativo si volatilizza e tutto è volto alla piena riuscita. E così, passato lo sperone roccioso di “Punta Chiappa”, ci si ritrova proiettati nel blu profondo: proprio in quel punto infatti, il fondale si approfondisce di qualche decina di m fino ad un centinaio. E lì, tutto sembra così tranquillo, così sereno, che anche solo la presenza di qualche brandello fantasma di plastica, sembra un torto fatto a questo nostro grande fratello che è il mare. Il paesaggio che scorre lento sul nostro fianco sinistro, è più verde e rassicurante rispetto a quello che ci ha fatto compagnia nelle prime giornate. Infatti, qui la macchia mediterranea si spinge a pochi metri dal mare, da cui sembra attingere la forza e la sua rigogliosa essenza, sebbene le rocce siano avide d’acqua. È un miscuglio di profumi ed essenze che giungono fino ad un pelo dall’acqua. È proprio l’umidità del mare a sostenere queste ostinate e testarde forme di vita; e mentre sopra le acque, la flora impera, i fondali si tingono dei luccichii e dei bagliori dei branchi di pesci che, in qualche modo, ci fanno compagnia facendoci sentire un po’ meno soli. La vista di una torre su di una scogliera preannuncia l’arrivo nell’ispida baia di San Fruttuoso. Finalmente, dopo 6 km ininterrotti, una piccola sosta sembra più che meritata. Bisogna sottolineare il fatto che, durante le nostre nuotate in “acque libere”, non siamo in grado di alimentarci a dovere, come andrebbe opportunamente fatto qualora fosse possibile avere con noi dei mezzi più equipaggiati. Quindi, queste soste, dove il litorale lo permette, sono quasi obbligate. Ne va della riuscita dell’“impresa” sportiva. Si riparte dopo un quarto d’ora circa, giusto il tempo di mangiare qualcosa e bere un po’ d’acqua con integratori, tanto da togliere la sgradevole e sempre costante sensazione data dal sale in bocca. Altri 6 km…Un’ Eternità.

Un saluto al “Cristo degli abissi” che riposa e veglia su San Fruttuoso e su chi, come noi sfida il mare. Che Dio ce la mandi buona! Quando s’iniziano a intravedere le case di Portofino con il campanile della chiesa di S. Giorgio a dominare il promontorio, si pensa già di essere arrivati. Ma tutto ad un tratto le bracciate sembrano più pesanti, e le acque più profonde e dense. Nuoto, nuoto, ma sono sempre lì; nessun riferimento sul fondo. Il mare ha deciso di non darcela subito vinta. La corrente spinge forte e non ci fa avanzare. Allora giù a testa bassa, come il toro nell’arena che punta il suo carnefice. Uno, due, tre, quattro… e via con le gambe che ora iniziano a battere più forte. Una boccata d’aria e ancora, e ancora e poi ancora. Qualcosa succede, si avanza, lentamente ma si avanza. La chiesa ora si allontana pian piano…Passato il lato esterno del promontorio di Portofino si può dire di essere arrivati. Laggiù Nettuno deve aver pensato di concederci una più che meritata tregua, e almeno per questa volta, ce la dà vinta. Si procede più rapidi con l’obiettivo sott’occhio. 12km in 5 h e mezzo circa. Davvero un’eternità, ma alla fine la soddisfazione è tanta, consapevoli che con un po’ più di allenamento si può pensare a qualcosa di grande. E mentre Robi e Michele fanno ritorno a Camogli col battello per recuperare la macchina, io e Jack ci godiamo la vista di Portofino, sicuramente gratificante. Un po’ meno per i prezzi, anche se la fame è tanta e la soddisfazione…Ritorno a casa e già si progetta la prossima uscita in “acque libere”!

4a Tappa: Il ritorno a “ Casa”

La Palmaria, in qualche modo, è stata l’inizio di tutto. Non che non avessi mai nuotato a lungo per mare. Nel 2009 avevo tentato in una prova un po’ rocambolesca di fare tutte le “Cinque Terre” a nuoto, dopo essermi recato a Monterosso in bicicletta. Ammetto di aver preteso un po’ troppo… A causa dei crampi mi ero dovuto fermare a Vernazza. Grande batosta! Questa però è un’altra storia. L’anno scorso ho lavorato come bagnino ai bagni del C.R.D.D ( Centro ricreativo dipartimento difesa) e dei sotto-ufficiali della Marina Militare proprio sull’isola Palmaria. Colgo giusto il momento per invitare tutti coloro che non l’avessero ancora fatto, ad andarla a visitare; è facilmente raggiungibile dal lungomare del porto della Spezia col traghetto durante tutta la stagione estiva. Per chi invece avesse un po’ più di tempo, consiglio di andare a visitare Portovenere. Da lì l’isola è facilmente abbordabile con trasporto in barca in neanche 5 minuti. E se siete coraggiosi….. A nuoto naturalmente! Tornando all’anno scorso… Non vi dico la vita che ho fatto per essere puntualmente presente sul trespolo rosso del bagno; di sicuro mi prendereste per matto da legare( sempre se non lo avete già fatto). Il motivo per cui non ho smesso dopo tre giorni di alzarmi alle 5,20 tutte le mattine, è senza dubbio dato dalla bellezza del posto e, non meno importante, dalle persone speciali che ho conosciuto e da cui ho imparato tante cose nuove. Devo dire che a fine stagione mi sentivo come a casa. Spero se non altro di aver regalato loro un po’ di allegria! Proprio l’anno scorso, un po’ per scommessa, un po’ per la voglia di sfida e di mettermi alla prova, mi sono cimentato nel giro della Palmaria a nuoto (non privo di canoe d’appoggio e boa di segnalazione). Con Roberto eravamo intenzionati a coprire il divario fra Portovenere e Riomaggiore, ma questa volta non avremmo avuto una copertura in canoa su tutto il tragitto. Abbiamo così optato per il giro dell’isola Palmaria e del Tino. È un po’ che lo voglio dire…Concedetemi di usare questo termine che mi piace tanto, fin da quando lo lessi per la prima volta sui libri di scuola a proposito di un certo Vasco de Gama, il primo uomo che con tutto il suo equipaggio riuscì a doppiare il Capo di buona Speranza, per poi spingersi verso le Indie risalendo lungo le coste orientali del Continente Africano: CIRCUMNAVIGAZIONE! Ebbene si. Obiettivo: circumnavigare l’isola Palmaria e del Tino. È stato particolare riscoprire quelle acque che già una volta avevo attraversato (in compagnia di due ragazzi dello stabilimento, “Lorè” e Falù”, che con tanta pazienza mi avevano fatto assistenza con le canoe), senza alcun supporto. La paura e l’insicurezza generati dal non aver appoggio e sostegno sono stati due nemici più forti del previsto, da contrastare per almeno i 2/3 della nuotata. Siamo entrati in mare verso le 9,30. L’acqua non era delle più limpide è questo ha rappresentato un altro punto a sfavore, dal momento che rendeva più difficoltoso l’individuazione di eventuali meduse in acqua. E immancabilmente sia io che Roberto possiamo vantare il fatto di aver avuto un incontro più che ravvicinato con quelle “simpatiche” creature gelatinose. Credo di aver pensato anche di essere l’Alberto Tomba dei tempi migliori nel cercare di evitarle, ma poi “l’inforcata” è arrivata. Un’ altra sensazione di sconforto c’è stata nel tratto di attraversamento del braccio di mare che separa la Palmaria dal Tino. Devo ammettere di non essermi sentito proprio a mio agio, solo là in mezzo… Dovete sapere che l’isola del Tino è territorio militare (come parte della Palmaria), e può essere visitata solo per la ricorrenza di San Venerio.

Robi come al solito sempre avanti a condurre le danze. Il fatto di non riuscire a vederlo mi ha creato non poche preoccupazioni e agitazione. Poi, ad un tratto, dopo l’ennesima bracciata, circumnavigata la punta meridionale del Tino di circa 200 metri, vedo il mio compagno di avventura, sdraiato al sole come una lucertola in cerca di un po’ di calore. Sosta di 15-20 minuti, giusto il tempo di ricaricare le batterie, e via di nuovo, questa volta però, più sicuri e convinti. Lungo il lato sud-orientale all’ interno del Golfo della Spezia, inizia ad alzarsi un po’ di corrente che poi si manifesta a pieno una volta raggiunto l’isolotto della “Torre Scuola”. Qui c’è ad accoglierci un vento contrario di tramontana. L’obiettivo però inizia a materializzarsi là in fondo. E allora via, attraverso i vivai di cozze… Il molo del Terrizzo… Punta Secco… e finalmente Portovenere!

Ragazzi/e… Che altro dirvi…Non posso far altro che ringraziarvi del tempo perso a leggere queste righe, con la speranza di non avervi annoiato troppo. Per quest’anno è tutto, ma con l’anno nuovo state in allerta, perché Roberto ed io abbiamo idee malsane per la testa… e probabilmente ne sentirete delle “belle”.

Gabriele Oppo